PER CAPIRE MEGLIO

Il parere di  Alessandro Nucara Direttore generale di Federalberghi

di Paolo Andreatta

 

“Attenzione a dare l’impressione che il problema sia superato.

Il pienone di Ferragosto non cambia le cose. Il consuntivo medio resta preoccupante.

È tempo di pensare a soluzioni strutturali per il futuro. E il Governo deve fare di più”.

 

Alessandro Nucara, Direttore generale di Federalberghi, non ha dubbi. Se si vuole guardare al presente e al futuro in maniera corretta non bisogna commettere l’errore di scambiare i numeri di agosto per panacea di tutti i mali. La situazione rimane critica. E si prospetta un calo di fatturato per il settore di almeno un 60%. In questa intervista abbiamo cercato di capire non solo il quadro del presente ma il modo giusto per guardare al futuro. Tra riforme strutturali, idee innovative e interventi del Governo. Ecco la road map fino al 2023, realistico orizzonte di ripresa, tratteggiato da Nucara.

 

Direttore, l’estate post Covid è stata attesa da molti quale possibile volano di ripartenza. I dati emersi, però, sono ancora pesanti. Che bilancio possiamo trarne?

«Ritengo sbagliato che si possa dire che sia andata bene. Il pienone in molti casi c’è stato limitatamente a Ferragosto. C’è poi senza dubbio una differenza tra città e località di mare o di montagna. Ma più centrata è la differenza tra destinazioni che si rivolgono al turismo interno e a quello straniero. La lettura “al mare è andata bene, in città è andata male” è semplicistica. Alcuni mercati hanno certamente limitato i danni. Ma coloro che hanno avuto numeri addirittura maggiori dell’anno scorso sono mosche bianche. Non dobbiamo dare l’impressione sbagliata che il problema sia superato».

 

Quali le prospettive per la chiusura di questo 2020?

«Il consuntivo medio resta preoccupante. A fine agosto restiamo a un -60% rispetto al 2019. Con una prospettiva da qui in avanti che non sarà di miglioramento. La fiammata di agosto è finita. Gli stranieri non sono in vista. E pezzi importanti di mercato, come il mondo degli eventi, sono ancora fermi. Roma, Firenze, Milano, Venezia sono in ginocchio. Ma i flussi turistici sono tali che se Venezia smette di ricevere, soffre anche tutto ciò che ci sta intorno. Da questo punto di vista le misure prese dal Governo in favore dei centri storici sono giustissime ma peccano di un difetto di prospettiva. Ci sono poi altri settori in sofferenza, come quello delle terme. Siamo ben lontani dall’essere fuori dal tunnel».

 

Se il 2020 è ormai da archiviare, cosa ci aspetta per il futuro?

«Sono sicuro che troveremo la giusta misura per far tornare le cose come prima. Ma ci sono pezzi di business che sono destinati a essere trasformati radicalmente. Pensiamo allo smart working, non quello congiunturale ma strutturale. Aziende come Eni hanno annunciato che il 30% dei propri dipendenti lavorerà da casa. Sono cambiamenti destinati a restare».

 

Evoluzioni di modelli e di mercati che le nostre aziende dovranno fronteggiare non senza difficoltà e costi.

«Da questo punto di vista dal Recovery Fund ci aspettiamo misure importanti, capaci di accompagnare il tessuto italiano in un rinnovamento strutturale. Nel dl Agosto c’è qualche assaggio

ma non basta. Faccio un esempio: i 180  milioni stanziati per la ristrutturazione degli hotel sono senza dubbio un bel segnale, ma siamo lontani da ciò che serve».

 

E del Bonus Ristorazione che cosa ne pensa?

«È una misura che certamente dà sollievo, che può valorizzare il prodotto italiano. Ma anche qui devo osservare che c’è stato un evidente errore di formulazione. Chi, e sono in tanti, ha un codice Ateco legato all’albergo non può usufruire del bonus per il proprio ristorante. Un controsenso, se pensiamo che i ristoranti d’albergo sono i primi a poter valorizzare le eccellenze italiane nei confronti di una clientela straniera. Per questo noi chiederemo una riformulazione della norma».

 

Pensa che la ristorazione d’albergo possa giocare un ruolo di primo piano per

la ripartenza?

«Secondo me sì, e sarebbe anche una risposta efficace alle necessità di distanziamento. Pensiamo alle pause pranzo. Si potrebbero utilizzare gli spazi dei ristoranti d’albergo, normalmente occupati con gli eventi. La possibilità di aprire servizi e locali dell’albergo al pubblico esterno è una risorsa enorme. Anche qui ci sono difficoltà burocratiche, legate per esempio alle licenze. È un fatto amministrativo che talvolta risulta uno scoglio insormontabile. Ci vuole un lavoro di semplificazione. E questo non è l’unico filone sul quale si può pensare di espandersi. In Germania, per esempio, stanze d’albergo sono state trasformate in uffici, soprattutto in città d’affari. I viaggi business sono in crisi. Quelle camere d’albergo non saranno più vendute. Immaginare come l’albergo possa diventare uno spazio ibrido, che offre servizi di diverso genere, è cruciale. Stiamo cercando di capire se ci possono essere semplificazioni normative per permettere evoluzioni di questo genere».

 

Quale sarà secondo lei l’orizzonte realistico di ripresa?

«Inutile girarci intorno: solo il vaccino può fare la differenza. Il 2020 è ormai andato. Il 2021? Confidiamo naturalmente che le cose vadano meglio, ma non ci sono ancora segnali in tal senso. Realisticamente un orizzonte di ritorno a una parvenza di normalità sarà il 2023. Il che non significa recuperare ciò che abbiamo perduto ma tornare ai livelli del 2019».

 

 

 

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